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Elettrico

Incendio da impianto elettrico: arco primario e arco secondario, cioè causa ed effetto

«Incendio di probabile origine elettrica, verosimilmente da corto circuito.» È la formula più diffusa nelle relazioni di primo intervento e nelle perizie sbrigative, e non è una causa: è una categoria che contiene fenomeni diversi, con dinamiche diverse e responsabili diversi. Distinguerli è il lavoro.

di Ing. Fabrizio Salamano Aggiornato il 9 agosto 2026 Lettura 9 minuti

Fascio di conduttori in rame con isolamento carbonizzato all'interno di un quadro elettrico bruciato, con un morsetto ossidato e una perlina di fusione visibile su un'anima, ripreso a distanza ravvicinata con scalimetro.
Una perlina di fusione sul rame dice che in quel punto è passato un arco. Non dice se l'arco ha acceso l'incendio o se è stato l'incendio a produrlo.

Il corto circuito è la spiegazione più usata perché è la più comoda: chiude la pratica senza attribuire nulla a nessuno. Sotto quella formula stanno almeno cinque meccanismi diversi, che indicano un difetto di installazione, di manutenzione o un uso improprio. E spesso l'arco che si trova sui cavi non è la causa dell'incendio ma il suo effetto.

Perché «probabile corto circuito» non è una causa

Perché descrive un evento elettrico generico senza dire quale guasto lo ha prodotto, e senza quel passaggio non si attribuisce nulla a nessuno. La NFPA 921 — Guide for Fire and Explosion Investigations chiede di identificare la sequenza di innesco: sorgente di calore, primo materiale combustibile e meccanismo che li ha messi in contatto. «Corto circuito» non copre nessuno dei tre.

La differenza non è accademica. Un contatto diretto per cedimento dell'isolante rimanda alla posa dei cavi; un morsetto allentato che scalda per anni alla manutenzione; un sovraccarico prolungato al dimensionamento del circuito rispetto ai carichi collegati. Tre frasi che sembrano dire la stessa cosa individuano tre soggetti diversi.

C'è anche un motivo processuale: una conclusione formulata come categoria non è verificabile, perché non contiene affermazioni da confermare né da smontare. Formulata come sequenza sì. Il quadro del ragionamento è nella pagina su come si determinano le cause di un incendio.

I meccanismi reali di innesco elettrico

Sono pochi e si riconoscono da segni diversi. Tenerli distinti già in sopralluogo conviene: ciascuno indica dove cercare.

  • Sovraccarico — corrente superiore alla portata del conduttore per un tempo prolungato. L'isolante degrada su tutta la tratta, non in un punto: è la firma che lo distingue da un guasto localizzato. Tipico degli impianti a cui sono stati aggiunti carichi senza rivedere il circuito.
  • Alta resistenza di contatto — morsetti allentati, capicorda ossidati, giunzioni fatte male, connessioni fra rame e alluminio. Il punto scalda a ogni passaggio di corrente e l'ossidazione peggiora il contatto: matura in anni e lascia imbrunimento localizzato.
  • Danneggiamento meccanico dell'isolante — cavi schiacciati, passaggi in fori non protetti, cavi vibranti contro lamiere, rosicchiature di rodenti. È la causa più frequente di contatto franco, e quasi sempre ha un intervento a monte.
  • Archi in corrente continua — fotovoltaico, accumuli, ricarica di veicoli. In continua l'arco non si estingue al passaggio per lo zero: può persistere, e cambia il tipo di traccia.
  • Guasti a terra e correnti disperse — riscaldamento in punti che non appartengono al circuito: qui l'origine è lontana dal componente sospettato.

Si aggiungono, e non sono guasti d'impianto, gli apparecchi utilizzatori: alimentatori, prese multiple in cascata, motori bloccati. Distinguere il guasto dell'impianto da quello dell'apparecchio collegato è uno dei bivi che decidono chi è la controparte.

Arco primario e arco secondario

Interno di un quadro elettrico civile aperto e danneggiato dal fuoco, con barra di distribuzione ossidata, un morsetto imbrunito e deformato al centro e isolanti dei conduttori carbonizzati soltanto in prossimità di quel morsetto.
Danno concentrato su un solo morsetto, con i cavi adiacenti meno compromessi: orienta verso un difetto di contatto maturato nel tempo.

L'arco primario è quello che ha innescato l'incendio; l'arco secondario è quello che l'incendio ha prodotto sui cavi già in fiamme. Sono lo stesso fenomeno fisico e lasciano tracce simili: per questo la distinzione è il punto più delicato dell'indagine elettrica.

Il meccanismo dell'arco secondario è banale. Il fuoco raggiunge un cavo ancora in tensione, l'isolante si carbonizza e perde le proprietà dielettriche, le anime si mettono in contatto, si genera un arco con perline di fusione e rame colato. Chi arriva dopo trova segni di arco nell'area più danneggiata e conclude che l'incendio è partito da lì. Il ragionamento è invertito: l'arco è nato perché lì il fuoco era più intenso.

Si esce dall'ambiguità non con l'aspetto del singolo danno, ma con la sua posizione rispetto all'area d'origine determinata su base indipendente. Se demarcazioni, pattern di combustione e testimonianze convergono su un'area e l'unico arco è lì mentre il resto dell'impianto è intatto, la lettura è coerente. Se gli archi sono molti e distribuiti nelle zone più danneggiate, con l'area d'origine altrove, sono conseguenze. Aiuta la mappatura degli archi su planimetria: la distribuzione dice più del singolo punto.

Un arco trovato nel punto più bruciato è la cosa più attesa del mondo. Diventa una causa solo se l'area d'origine è stata determinata prima, e con altri elementi.

Come si esamina un conduttore, e cosa dice il laboratorio

Spezzone di conduttore in rame appoggiato su fondo scuro con due perline di fusione sferoidali su un'anima, isolante carbonizzato che si interrompe bruscamente e cartellino identificativo numerato accanto.
Il taglio si esegue lontano dal punto di interesse: la transizione fra isolante integro e isolante distrutto è essa stessa un dato.

Si esamina in posizione prima che come reperto, perché il contesto di montaggio vale più del frammento: fotografia del percorso, identificazione del circuito, stato della protezione a monte, e solo allora l'eventuale prelievo con catena di custodia. Si osservano la localizzazione del danno lungo la tratta, le perline di fusione o il rame colato, la sezione ridotta, la condizione dell'isolante a monte e a valle. Un conduttore di sezione inferiore a quella richiesta dal carico è un dato di dimensionamento, non un'opinione.

Sul laboratorio va detta una cosa che spesso viene forzata: l'esame della microstruttura del rame nella zona fusa non distingue in modo affidabile l'arco primario dal secondario, perché la struttura dipende da temperatura e velocità di raffreddamento — non controllabili in un incendio — e il rame si ricuoce per il solo effetto del fuoco. Quello che fa, e non è poco: stabilire se in un punto si è verificata fusione da arco anziché da esposizione al fuoco, verificare la sezione effettiva, riconoscere materiali estranei nel contatto.

Errori che rendono inutilizzabile l'esame

  • Tagliare i cavi per estrarre il quadro senza aver documentato percorso e collegamenti
  • Prelevare un frammento a cavallo del punto di arco, distruggendo la zona di transizione
  • Ripulire il rame per «vedere meglio»: si rimuovono ossidi che fanno parte del dato
  • Sostituire il quadro senza conservare quello rimosso
  • Conservare i reperti senza etichetta e senza riferimento planimetrico

Interruttori e differenziali: cosa escludono e cosa no

La presenza di dispositivi di protezione funzionanti non esclude l'origine elettrica, perché i guasti che più spesso innescano un incendio non sono quelli che le protezioni intercettano. È l'obiezione più comune delle controparti e si smonta con la fisica del guasto.

Un magnetotermico interviene sul cortocircuito franco e sul sovraccarico oltre una certa durata. Una giunzione con alta resistenza di contatto assorbe invece corrente regolare: dissipa calore in un punto senza superare la portata, e nessuna protezione la vede. Lo stesso per un arco seriale su un conduttore parzialmente interrotto e per i guasti in continua, sui quali una protezione pensata per l'alternata può non essere efficace. Un differenziale interviene sulle dispersioni verso terra, non su un guasto fra fase e neutro.

Sul quadro si documentano stato dei dispositivi, posizione di manovra e corrispondenza fra portata dichiarata e circuiti serviti. Attenzione a un'inferenza diffusa: la posizione di scatto non dice quando lo scatto è avvenuto, né chi abbia manovrato.

Termografia: strumento preventivo, non post-evento

La termografia serve a trovare i punti caldi prima che diventino un incendio; dopo non li trova più, perché il componente che scaldava è stato distrutto insieme al resto. Resta utile in due modi.

Il primo è documentale: se sull'impianto esistono rapporti termografici precedenti, sono una prova di quello che era noto e di quando. Un morsetto già segnalato come anomalo e non ripristinato sposta il tema dalla causa alla condotta di chi doveva intervenire. Il secondo è operativo, nelle ore immediatamente successive: una termocamera individua focolai residui e zone ancora calde, utile per la sicurezza del sopralluogo. È un'informazione sull'incendio, non sulla causa.

Documenti dell'impianto e dichiarazione di conformità

La documentazione tecnica dell'impianto è la parte dell'accertamento che non brucia, ed è quella che più spesso manca. Si richiedono la dichiarazione di conformità con gli allegati obbligatori, lo schema dei quadri, la relazione sui materiali, il progetto quando previsto, i verbali delle verifiche periodiche e la documentazione degli interventi successivi.

Da leggere in parallelo: l'impianto realizzato corrisponde a quello dichiarato? I carichi presenti sono quelli previsti? Chi ha eseguito le modifiche successive? Un impianto conforme all'origine e poi ampliato senza revisione è fra gli scenari più ricorrenti, e il punto tecnico si sposta sull'ampliamento.

Se l'edificio è soggetto agli adempimenti antincendio, la documentazione depositata secondo il D.P.R. 151/2011 e la progettazione impostata sul D.M. 3 agosto 2015 danno il quadro delle misure previste: non riguardano l'innesco ma la propagazione e le conseguenze, che nella quantificazione pesano quanto la causa — vedi quantificazione del danno e fermo attività.

Quando l'origine elettrica resta probabile ma non isolabile

Succede spesso, ed è la conclusione onesta in una quota rilevante dei casi: si dimostra che l'incendio è nato in un'area dove l'unica sorgente di energia era elettrica, senza poter individuare quale componente ha ceduto. Il componente non c'è più, o c'è ma non è distinguibile dalle conseguenze.

Non è un mezzo risultato: esclude altre ipotesi — fiamme libere, sorgenti esterne, materiali autoriscaldanti — e circoscrive l'area, e in molte controversie serve questo. La NFPA 921 prevede espressamente l'esito «causa indeterminata» e dichiararlo è un requisito di metodo: una relazione che indica un componente preciso senza averne gli elementi cade quando la controparte chiede su cosa si basa.

Sull'altro versante ci sono situazioni in cui un accertamento non è utile: causa non contestata, danno modesto, offerta coerente con quanto documentato. E situazioni in cui è tardi in senso pieno — quadro sostituito, cavi rimossi, locali rifatti — dove restano solo i documenti dell'impianto e l'esame della perizia altrui. Per le prime ore la pagina è incendio in casa: le prime 48 ore; per fissare la prova quando la scena rischia di sparire, l'accertamento tecnico preventivo. Il quadro degli accertamenti è nella pagina servizi; per il calcolo, il calcolo della curva HRR e il calcolo del flashover.

Domande ricorrenti

Le domande che nascono davanti a una relazione

«Incendio da probabile corto circuito» è una causa accertata?

No: è una categoria che contiene sovraccarico, alta resistenza di contatto, danneggiamento meccanico dell'isolante, archi in continua e guasti a terra. Ciascuno rimanda a un soggetto diverso. La NFPA 921 chiede la sequenza di innesco — sorgente di calore, primo combustibile, meccanismo di contatto — che quella formula non copre.

Che differenza c'è fra arco primario e arco secondario?

Il primario ha innescato l'incendio; il secondario è stato prodotto dall'incendio su cavi in tensione con l'isolante già carbonizzato. Fisicamente sono lo stesso fenomeno: si distinguono per posizione rispetto all'area d'origine, determinata con elementi indipendenti.

L'esame metallografico del rame dimostra se l'arco è la causa?

Non in modo affidabile: la microstruttura dipende da temperatura e velocità di raffreddamento, non controllabili in un incendio, e il rame si ricuoce per il solo effetto del fuoco. Il laboratorio distingue però la fusione da arco da quella da esposizione al fuoco e verifica la sezione effettiva.

Se l'interruttore non è scattato, l'origine elettrica è esclusa?

No. Una giunzione con alta resistenza di contatto assorbe corrente regolare e scalda in un punto senza superare la portata: nessuna protezione la vede. Un differenziale interviene sulle dispersioni verso terra, non su un guasto fra fase e neutro. E la posizione di scatto trovata dopo non dice quando sia avvenuto, né chi abbia manovrato.

La termografia serve dopo l'incendio?

Non per stabilire la causa: il componente che scaldava non c'è più. Serve nelle ore successive per focolai residui e zone calde, e come documento se esistono rapporti termografici precedenti. Un punto caldo già segnalato e non ripristinato sposta il tema sulla condotta di chi doveva intervenire.

Quali documenti dell'impianto vanno recuperati?

Dichiarazione di conformità con gli allegati, schema dei quadri, relazione sui materiali, progetto quando previsto, verbali delle verifiche periodiche e documentazione degli interventi successivi. Servono a capire se l'impianto realizzato corrisponde a quello dichiarato.

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Approfondimenti collegati

Il passo successivo

Se il quadro e i cavi sono ancora al loro posto, si può ancora distinguere.

Il primo orientamento è gratuito e serve a una cosa sola: guardare la documentazione che hai e dirti se un accertamento tecnico ti serve davvero. Spesso la risposta è «non questo, quest'altro» — a volte è «non ti serve nulla».

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