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Accumulo

Incendio di un sistema di accumulo: perché il BESS è uno scenario a sé

Un sistema di accumulo stazionario non è un impianto fotovoltaico con le batterie dentro. È un oggetto sigillato, alimentato in corrente continua, che in caso di guasto produce gas infiammabili prima di produrre fiamme. Cambia tutto: la propagazione, le protezioni, e ciò che resta da misurare dopo.

di Ing. Fabrizio Salamano Aggiornato il 9 agosto 2026 Lettura 9 minuti

Armadio metallico di un sistema di accumulo aperto dopo un incendio, con moduli batteria anneriti ancora inseriti nel rack, cablaggi in continua fusi e barre di collegamento deformate.
L’oggetto dell’accertamento è un contenitore progettato per stare chiuso. Quasi tutto ciò che serve a capire sta in come è stato aperto dall’evento.

La domanda che riceviamo più spesso è «quale cella è partita per prima». Quasi mai si può risolvere, e quasi mai decide la controversia. Il punto tecnico è un altro: perché il fenomeno non si è fermato dove doveva fermarsi.

Com’è fatto un accumulo, e perché conta

Un accumulo stazionario è una gerarchia di oggetti, e ogni livello risponde di una cosa diversa: ricostruirla è il primo atto dell’accertamento, perché senza quella mappa i resti sono solo metallo bruciato.

Le celle sono raggruppate in moduli, i moduli in rack, i rack in un armadio o in un container. A sorvegliare l’insieme c’è il BMSBattery Management System — che misura tensioni e temperature e apre i contattori quando un parametro esce dai limiti. Fra l’accumulo e l’impianto sta l’inverter di conversione, con barre e cavi in continua, fusibili, sezionatori e raffreddamento.

Il guasto nasce quindi dentro un contenitore chiuso, sorvegliato da un sistema che dovrebbe accorgersene: l’indagine riguarda un componente che ha ceduto e una catena di sorveglianza che non lo ha fermato. Sono due accertamenti, e vanno tenuti separati.

La propagazione fra celle e fra moduli

Il fenomeno che interessa non è l’avaria della singola cella, ma la cascata. Una cella in fuga termica scalda le vicine per conduzione attraverso involucri e barre e per contatto con i gas caldi che espelle: se raggiungono la propria soglia cedono a loro volta, e il fronte avanza per passi.

Il fenomeno di cella in sé è descritto in fuga termica e batterie al litio. Il salto fra moduli, che in contraddittorio si discute davvero, avviene per vie che sono decisioni di progetto: aperture per i cavi, canali del raffreddamento, interstizi fra cassetti, vie di sfogo che scaricano verso l’interno dell’armadio anziché verso l’esterno. Si mappa la sequenza dei moduli coinvolti e si confronta con la geometria: se il fronte ha seguito un percorso che il progetto dichiarava interrotto, il dato è già rilevante, quale che sia la cella iniziale.

Rack di un sistema di accumulo con moduli batteria estratti e allineati su un telo, alcuni integri e altri con involucro rigonfio e coperchi di sfiato aperti, ciascuno con cartellino numerato.
I moduli si estraggono in sequenza e si numerano. La distribuzione fra integri, rigonfi e distrutti è la traccia più affidabile della direzione di propagazione.

Perché la compartimentazione interna è decisiva

Perché è l’unica difesa chiamata a funzionare quando tutte le altre hanno già fallito. Il BMS previene, i sezionamenti isolano, la rivelazione avvisa; ma con una cella già in fuga termica il danno è limitato solo dal confinamento. Tre livelli, tre soggetti diversi:

  • Fra celle e fra moduli — barriere e distanze interne, materiali interposti, orientamento delle vie di sfogo: produttore delle celle e integratore.
  • Fra armadio e locale — tenuta dell’involucro, comportamento delle aperture, direzione degli sfiati: integratore e chi ha scelto il prodotto.
  • Fra locale e resto dell’edificio — collocazione, separazioni, ventilazione, distanze da materiale combustibile: è materia del progetto dell’opera, e ricade nel D.M. 3 agosto 2015 e negli obblighi del D.P.R. 151/2011 dove l’attività è soggetta.

Il caso ricorrente è il terzo: un armadio installato nel locale tecnico più comodo per il cablaggio, contro una parete che dall’altro lato è un magazzino. La cella avrebbe fatto lo stesso danno in qualunque punto; dove è stata messa ha deciso l’ordine di grandezza delle conseguenze.

Corrente continua, connettori e inverter

In corrente continua la tensione non passa per lo zero, e un arco che si innesca non ha occasioni periodiche per spegnersi: si mantiene finché c’è tensione, scava il metallo e lascia danni localizzati profondi. Da qui tre conseguenze che sul posto pesano più della teoria.

L’accumulo non si spegne: si può togliere tensione all’impianto, le celle restano una sorgente di energia anche dopo l’evento. Le protezioni devono essere idonee alla continua, e non è scontato che lo siano: interruttori e fusibili dichiarati per l’alternata sono un rilievo frequente. E il sopralluogo è un intervento su un sistema in tensione, con rischio di riaccensione a distanza di ore.

L’inverter è il punto di guasto più ricorrente della filiera, per una ragione banale: lavora insieme in continua e in alternata, dissipa calore ed è pieno di connessioni. Si trovano quasi sempre gli stessi elementi — alette ostruite dalla polvere, vano senza il ricambio d’aria previsto, morsettiere con segni di surriscaldamento. Vale poi la distinzione fra arco primario, che è causa, e arco secondario, effetto di un incendio già in corso: come si separano è in incendio da impianto elettrico.

Dove si guasta la parte in continua

  • Connettori a innesto rapido accoppiati fra marche diverse: il contatto non combacia, la resistenza cresce, il punto scalda
  • Serraggi non verificati nel tempo, con allentamento e ossidazione
  • Acqua in scatole di giunzione e passacavi, con corrosione dei contatti
  • Sezionatori senza idoneità dichiarata per la tensione continua effettiva

Su un accumulo, individuare la cella d’origine è raramente possibile. Stabilire se il sistema ha contenuto il fenomeno come dichiarava di poter fare è quasi sempre possibile.

I gas emessi e il rischio di deflagrazione

Durante l’evento le celle non emettono soltanto calore: sfiatano una miscela di gas in parte combustibile. In ambiente aperto si diluisce; in un armadio chiuso, in un locale non ventilato o in un container, si accumula. Se raggiunge una concentrazione infiammabile e trova un innesco, la conseguenza non è un incendio ma una deflagrazione, con sovrapressione sulle strutture.

È il motivo per cui su questi eventi si trovano porte divelte verso l’esterno, pannelli deformati con curvatura uscente e cerniere strappate: segni che appartengono al linguaggio delle esplosioni, non degli incendi. Come si leggono, e come si stima la sovrapressione, è nella perizia sull’esplosione. Conta la sequenza: la deflagrazione può precedere l’incendio esteso, e allora i danni maggiori all’edificio non sono danni da fuoco.

Inverter di conversione con coperchio rimosso su un banco da lavoro, morsettiera d’ingresso in corrente continua con isolanti anneriti e un connettore a innesto rapido fuso, accanto a calibro e torcia da ispezione.
Sui morsetti in continua l’arco non lascia una bruciatura diffusa ma un cratere: scava il metallo in un punto e vi resta. È un segno che si misura.

Cosa resta leggibile in un armadio distrutto

Più di quanto sembri, ma solo se nessuno ha svuotato l’armadio prima. Sembra una massa fusa e indistinguibile: conserva invece una geografia, e la geografia è il dato.

  1. La posizione relativa dei moduli e il loro stato differenziale — integri, rigonfi, svuotati: documentata prima di ogni movimentazione, dà la direzione di propagazione.
  2. La direzione di espulsione dei materiali dagli sfiati e dei depositi interni.
  3. Il gradiente termico sull’involucro, su vernici, guarnizioni e isolanti: ha distribuzione diversa se il calore è arrivato dall’interno o dall’esterno.
  4. Lo stato delle protezioni: fusibili intervenuti o integri, contattori aperti o saldati, posizione dei sezionatori all’evento.
  5. I dati — registri del BMS, telemetria del monitoraggio, cronologia di allarmi e scatti — con schema unifilare, manuale, registro delle manutenzioni e aggiornamenti di firmware. È la parte che si perde più facilmente e vale di più: è marcata temporalmente, e i tempi permettono di scartare le ipotesi incompatibili.

Lo smontaggio dell’armadio è irripetibile: distrugge le relazioni spaziali che sono la prova. Si documenta a strati, con rilievo metrico o scansione della configurazione iniziale, e con un contenzioso in vista si chiede che avvenga in contraddittorio, nelle forme dell’accertamento tecnico preventivo o degli accertamenti tecnici non ripetibili dell’art. 360 del codice di procedura penale.

L’errore che si commette in buona fede

Il fornitore o il manutentore, arrivato prima di tutti, rimuove i moduli per «mettere in sicurezza» e li accatasta fuori. Intenzione corretta, risultato che la sequenza di propagazione — la parte che riguarda proprio il suo prodotto — non è più ricostruibile. Se la rimozione è inevitabile, ogni modulo va fotografato dove si trova, con il numero di alloggiamento visibile.

Una responsabilità distribuita su quattro soggetti

Su un accumulo la responsabilità non è quasi mai di uno solo, e questo rende queste controversie diverse da un incendio ordinario. Il produttore delle celle risponde del difetto dell’elemento, ed è l’ipotesi più difficile da dimostrare perché richiede che la cella d’origine sia identificabile. L’integratore risponde dell’architettura — distanze, barriere, protezioni, logiche del BMS, vie di sfogo — ed è l’ipotesi che l’accertamento raggiunge più spesso, perché si valuta sulla propagazione anziché sull’innesco. L’installatore risponde della posa e delle prescrizioni del manuale — locale, ventilazione, serraggi, sezionamenti, percorsi dei cavi — con il riferimento dei vizi e della rovina d’opera, artt. 1667–1669 del codice civile. Il manutentore risponde della sorveglianza e degli allarmi che il sistema aveva già segnalato; il proprietario resta custode ai sensi dell’art. 2051 verso i terzi.

Con la compagnia le questioni sono altre: l’avviso di sinistro dell’art. 1913, l’obbligo di salvataggio dell’art. 1914, gli effetti dell’omesso avviso dell’art. 1915, e la conformità fra quanto installato e quanto dichiarato in polizza — modifiche non comunicate sono il primo appiglio in caso di contestazione, come in quando l’assicurazione non paga.

Cosa questo accertamento non può dimostrare

Nella maggior parte dei casi non si può indicare la cella d’origine. Quando la cascata ha attraversato un modulo intero, gli elementi interni sono fusi in un blocco continuo e non esiste tecnica che restituisca quale dei componenti indistinguibili abbia ceduto per primo. Chi lo afferma senza avere davanti un modulo parzialmente conservato sta interpretando, non misurando.

Non si può nemmeno stabilire, in generale, se il difetto fosse presente alla consegna o si sia sviluppato nell’uso, se non per indizi indiretti — cronologia degli allarmi, andamento di capacità e temperature nel tempo, confronto con moduli gemelli non coinvolti. La NFPA 921 prevede espressamente l’esito «causa indeterminata», e qui è un esito frequente e legittimo: dichiararlo lascia intatte le conclusioni sulla propagazione e sulle protezioni, che restano dimostrabili.

Vale anche il caso in cui l’accertamento non serve. Su un accumulo residenziale di piccola taglia, con danno limitato al vano tecnico, causa non contestata e offerta della compagnia coerente con il ripristino documentato, un’indagine tecnica aggiunge un costo e nessun vantaggio negoziale. Diventa utile quando c’è una filiera da distinguere, un fermo di attività da quantificare, o una perizia avversa che attribuisce la causa a un solo soggetto senza aver mappato la propagazione.

Sugli ordini di grandezza della potenza rilasciata è utilizzabile il calcolo della curva HRR; il perimetro degli accertamenti è nella pagina servizi e in STAR Fire Investigation.

Domande ricorrenti

Le domande che arrivano dopo un evento su un accumulo

Si può stabilire quale cella ha innescato l’incendio?

Di rado: se la cascata ha coinvolto un modulo intero, gli elementi sono fusi in un blocco continuo. Resta accertabile la sequenza di propagazione e il comportamento delle protezioni, che è dove si decidono le responsabilità.

Perché un incendio in corrente continua è diverso?

La tensione non passa per lo zero: un arco innescato si mantiene e scava il metallo. Le celle restano sorgente di energia anche a impianto fuori tensione, e le protezioni devono essere idonee alla continua.

Un accumulo può esplodere?

Le celle in fuga termica sfiatano gas in parte combustibili. In un armadio chiuso o in un container la miscela si accumula e, con un innesco, deflagra. Porte divelte verso l’esterno sono segni di esplosione, non di incendio.

Si possono rimuovere i moduli prima del sopralluogo?

Se la sicurezza lo impone sì, ma si distrugge la prova principale: la posizione relativa. Ogni modulo va fotografato nel suo alloggiamento, con il numero visibile. Lo smontaggio è irripetibile.

Chi risponde dell’incendio di un accumulo?

Di regola più soggetti: il produttore delle celle per il difetto, l’integratore per architettura e protezioni, l’installatore per la posa, il manutentore per la sorveglianza. Il proprietario resta custode ai sensi dell’art. 2051 del codice civile.

Quali dati vanno recuperati subito?

Registri del BMS, telemetria del monitoraggio, cronologia di allarmi e scatti, stato di fusibili e contattori, registro delle manutenzioni. Hanno marcatura temporale e si perdono in pochi giorni.

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Il passo successivo

Se l’armadio è ancora dove l’ha lasciato l’incendio, c’è molto da leggere.

Il primo orientamento è gratuito e serve a una cosa sola: guardare la documentazione che hai e dirti se un accertamento tecnico ti serve davvero. Spesso la risposta è «non questo, quest'altro» — a volte è «non ti serve nulla».

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